Tiahuanacu

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Espansione delle culture Huari e Tiahuanaco.
Porta del Sole a Tiahuanacu
Porta della Luna a Tiahuanacu

La cultura Tiahuanacu (o Tiahuanaco o Tiwanaku) fu un'importante civiltà preincaica il cui territorio si estendeva attorno alle frontiere degli attuali stati di Bolivia, Perù e Cile. Prende il nome dalle rovine dell'antica città di Tiahuanaco, nei pressi della sponda sud-orientale del lago Titicaca e approssimativamente 72 km a ovest di La Paz, attuale capitale della Bolivia. Alcune ipotesi sul nome, affermano che derivi dall'aymara Taypikala. Non vi sono evidenze che la civiltà Tiwanaku utilizzasse la scrittura.

La civiltà Tiahuanaco fu contemporanea di quella Huari, che si trovava a nord di quella Tiahauanaco, condividendone molti attributi, in particolare dal punto di vista artistico. Tuttavia i contatti tra le due culture sembrano essere stati limitati ad un periodo di 50 anni, durante i quali vi furono sporadiche scaramucce riguardanti una miniera occupata per prima dai Tiahuanaco. La miniera delimitava il confine tra le sfere di influenza delle due culture e gli Huari tentarano, senza successo, di assicurarsela tutta per loro.

Il declino di questa civiltà sembra sia causato dall'invasione di popolazioni dal sud o nella perdita di fede nella religione predominante. Il collasso dei Tiahuanaco influenzò la crescita dei sette regni Aymara, gli stati più potenti dell'area. Tutto il territorio fu conquistato, attorno al XV secolo, dagli Inca e annessi all'impero noto come Tahuantinsuyo. La regione occupata dai Tiahuanaco venne annessa alla provincia nota come Qulla Suyo, la provincia dell'est.

Le università di archeologia di tutto il mondo potrebbero fare scavi approfonditi in questo sito per indagare su resti murali sottostanti e precedenti alle rovine superficiali. Inoltre già che ci sono potrebbero restaurare le rovine, dando una mano al turismo boliviano. Tra l'altro, ci sarebbe da appurare se la Porta del Sole e quella della Luna siano effettivamente di pietra o siano dei prodotti di colata di cemento (pietra artificiale) in stampi.

Indice

Il territorio e la città

Il territorio fu fondato approssimativamente attorno al 200 a.C., come una piccola città e crebbe tra il IV e il VI secolo, conseguendo un importante potere regionale nel sud delle Ande.

Nella sua massima estensione la città copriva 6 Km2 e ospitava circa 40.000 abitanti. Una caratteristica sono gli enormi monoliti di circa 10 tonnellate che si possono ancora ammirare nelle rovine dell'antica città. Notevoli la piramide Akapana e la Porta del Sole.

Il declino iniziò attorno al 950 fino al collasso completo attorno al 1100, quando il centro cerimoniale venne abbandonato. L'area circostante non fu però abbandonata completamente, ma lo stile artistico caratteristico cadde assieme agli altri aspetti della cultura.

Tiahuanacu in Ufologia

Tiwanaku, la città oltre la porta del sole, come era chiamata in epoca Inca, è uno spettrale campo di rovine situato 70 Km a Nord-Ovest di La Paz, nel mezzo di un arido e gelido altopiano. Ad un'elevazione di quasi 4000 metri sul livello del mare, il suolo non produce che pochi arbusti e qualche rara coltivazione di patata, l'unica coltura in grado di sopravvivere a quelle alte quote. Lo stesso allevamento si limita a pochi Lama e Alpaca, che sopravvivono mangiando i rari ciuffi d'erba bruciati dal sole e inariditi dalla mancanza d'acqua. A Tiwanaku non c'è acqua nè pietra. La più vicina fonte d'acqua essendo il lago Titicaca, situato a 28 Km di distanza. Per nove mesi all'anno non una sola goccia di pioggia cade sull'altipiano, le cui temperature proibitive spaziano dai quasi 25 gradi durante il giorno ai meno 10 della notte. Le più vicine cave di pietra si trovano a Est, lungo i monti della Cordillera Real, a centinaia di Km di distanza. Tutto intorno nient'altro che desolazione, e un suolo sterile e argilloso, dove a stento sopravvivono piccoli villaggi di poche casupole, più spesso semplici capanne isolate nel mezzo del nulla. Eppure, nel mezzo di questa desolazione dove la stessa vita umana sembrerebbe impossibile, sorse una delle più grandi città dell'emisfero occidentale, la capitale di un impero continentale esteso dall'Ecuador al Cile, all'Argentina. La prima sorpresa è che Tiwanaku fu un porto. Un grandioso porto, con gigantesche banchine lunghe centinaia di metri, superbi edifici in pietra: uno sfolgorio d'oro e d'argento, capace di lasciare a bocca aperta chiunque, a partire dagli Incas, si fosse imbattuto in quelle che pure erano ormai già da migliaia di anni nient'altro che rovine consumate dal tempo. Tiwanaku è capace di suscitare una strana emozione, quasi quella di una nave ormeggiata nel mezzo del deserto. Tiwanaku è una città di pietra, dove non esiste pietra. Un porto senza il suo mare, una capitale imperiale senza nè cibo nè acqua. Eppure l'acqua doveva scorrere in abbondanza a Tiwanaku, se per kilometri e kilometri l'intero sottosuolo è solcato da stupefacenti tubazioni e condutture idriche, alcune di queste con una portata di centinaia di litri al secondo: splendide fontane e vasche riempite d'acqua in cui i superbi edifici e i grandiosi palazzi potessero riflettersi e specchiarsi. In mezzo a questa distesa lunare, a perdita d'occhio, si innalzano le testimonianze spettrali della grandezza di un tempo, ormai appena un'ombra confusa. Magnifici portali scolpiti in un sol blocco si aprono su edifici ormai scomparsi, nella più assoluta desolazione. Blocchi di pietra di 20, 100 e 400 tonnellate giacciono sparsi nella più totale confusione, scagliati gli uni sugli altri, riversi nelle posizioni più strane, come scardinati da un qualche oscuro cataclisma che non lasciò scampo alla città o ai suoi abitanti. Il cataclisma fotografò la città nei suoi ultimi istanti, come una Pompei sepolta dal fango, la grande Tiwanaku fu annientata e sommersa da uno strato di argilla e detriti spesso in alcuni punti fino a 21 metri. Se in quella tomba d'argilla trovarono la morte migliaia di uomini e donne, è tuttavia grazie ad essa che possiamo ancora ammirare almeno un'ombra di tanta grandezza. Per migliaia di anni le grandi pietre lavorate sono state così protette dall'erosione e dagli attacchi dell'uomo, consentendoci di gettare almeno uno sguardo su quella che è forse una delle città più antiche del mondo. Allo stesso modo in cui per i primi missionari cattolici che visitarono la zona quelle incredibili rovine, tanto superiori a qualunque costruzione del vecchio mondo, non potevano che essere l'opera del demonio, poichè mai mani umane sarebbero state capaci di tanta grandezza; ancora oggi l'immaginazione va immediatamente a civiltà scomparse nella notte dei tempi o persino a visitatori da altri mondi (gli Anunnaki provenienti da Nibiru, secondo Zecharia Sitchin).

Tiwanaku offre tuttavia ben poco al visitatore disattento o occasionale. Dopo quasi 500 anni di distruzione e spoliazione sistematica in nome della fede e del progresso, Tiwanaku non offre nulla di spettacolare. A onor del vero, ciò che si presenta al turista medio non è affatto Tiwanaku, ma una ricostruzione di molti millenni successiva. La vera Tiwanaku giace invece ancora oggi sepolta sotto quasi 21 metri di sedimenti alluvionali. Si stima che meno del 2% di quella immensa città sepolta sia stato portato alla luce, ma è possibile che la sua estensione sia ancora maggiore. 400, o persino 600 ettari, secondo recenti stime. Solo alcune colline che si alzano in modo innaturale sulla pianura, a perdita d'occhio, indicano la posizione di quelli che furono certamente piramidi e palazzi sepolti. Tiwanaku visse ancora molte rinascite e ancor più numerose devastazioni. Sempre la città venne ricostruita, spesso sulle stesse fondamenta della città precedente, sugli stessi edifici e con le stesse ciclopiche pietre. I pochi edifici superstiti della vecchia Tiwanaku furono gradualmente abbattuti e i materiali riutilizzati perchè sorgesse la nuova Tiwanaku, la città dei Colloas, quindi degli Aymara e infine degli Incas. Tiwanaku non era già più una città, ma un santuario. Tutti sulle Ande sapevano di Tiwanaku, la città santa, dove il mondo era stato creato. Mentre la verità sulle origini più antiche della città andava perduta per sempre, strane leggende iniziarono a circolare già da tempi anteriori a quelli degli Incas sulla sua origine. Si diceva che tutto quello che sorgeva in quel luogo fosse stato costruito in una sola notte dal creatore di tutte le cose, prima che l'uomo esistesse sulla terra. Altri dicevano che lì, dopo un grande diluvio che aveva distrutto ogni cosa, l'umanità era rinata, e il Sole aveva inviato i suoi figli a ripopolare la terra. Secondo altre storie ancora più strane, giganti bianchi e barbuti giunti dal mare avevano costruito la grande città, prima di essere sterminati da un immane diluvio inviato dal creatore per punire la loro empietà. Dalle regioni del Nord, fino a Panama, al Centro America e alle pianure degli Stati Uniti i pellegrini giungevano a Tiwanaku, sopportando viaggi pericolosissimi che potevano durare anche anni. Nessuno sa quale fosse il vero nome della città. Lo stesso nome di Tiwanaku è un termine Aymara, che significa La città di Dio. Per gli Incas era Chucuytu, "la città oltre la porta del sole". Il nome segreto di Tiwanaku era però forse Phoukara, luce splendente del sole. Un solo edificio di quella immensa città ha potuto essere interamente portato alla luce. E si tratta anche in questo caso di una ricostruzione che insiste certamente su fondamenta ancora più antiche. E'il grande tempio di Kalasasaya "Il luogo dei pilastri", un enorme edificio di più di 150 metri di lato, edificato su due livelli e cirdondato da filari continui di pilastri di andesite pesanti molte decine di tonnellate. Le ricostruzioni volute dal governo boliviano nella seconda metà del '900 hanno completamente snaturato l'aspetto di questo grandioso edificio, facendogli assumere l'aspetto di una sorta di piramide tronca a due livelli. Sicuramente, già migliaia di anni prima dei restauri moderni l'edificio venne completamente ricostruito: gli spazi tra i pilastri furono riempiti con blocchi e altro materiale evidentemente strappato ad altri edifici ormai scomparsi, e lo spazio centrale, forse occupato da una grande sala ipostele, interamente riempito di terra e macerie di modo da creare una grande piattaforma artificiale. Insieme ai pilastri laterali, ormai consumati ed erosi, dell'edificio originale resta solo il monumentale portale d'ingresso, costruito di immensi blocchi di arenaria rossa finemente giuntati. Tutto intorno, per centinaia di metri, giacciono sparsi enormi blocchi di pietra, alcuni dei quali con strane decorazioni geometriche. Nei pressi di un basso monticciolo un monolito di arenaria rossa di ciclopiche proporzioni raffigura quasi certamente quello che doveva essere il modello di un tempio ormai scomparso, affacciato su di una grande piazza sprofondata e tagliata insieme all'edificio sovrastante in un solo blocco di pietra. Agli altri edifici della città sono stati attribuiti nomi di fantasia. Un grande recinto rettangolare è stato chiamato Potuni, o "palazzo dei sarcofagi", mentre dietro, tuttora in corso di scavo, si estendono altri recinti di pietre immense e ancor più grandi fondamenta di edifici ormai scomparsi. Questa porzione dell'area sacra è interamente dominata dalla mole dell'Akapana "il luogo della morte" o "il luogo della distruzione", spesso definita una piramide, in realtà un'edificio la cui funzione resta completamente sconosciuta e che ha finora eluso ogni tentativo di spiegazione razionale. E' un'enorme struttura terrazzata, con lati di 183 metri, costruita su sette livelli e con una strana forma scalare, simmetrica, quasi di trapezio. E' evidente come anche questo monumento venne ricostruito in epoca pre-incaica, ma ovunque giacciono riversi colossali blocchi di andesite grigio-verde, evidentemente parte della struttura originaria, inframezzati ad ancor più ciclopici filari di arenaria. L'intera struttura è attraversata da un labirinto inestricabile di canali sotterranei, passaggi, tubazioni e condutture, alcune delle quali abbastanza ampie da consentire il passaggio di un uomo, altre con un diametro di pochi centimetri appena. Un piccolo esperimento che le guide si divertono a mostrare sulla sommità della piramide è quello di puntare una bussola verso il Nord, indicato dalle montagne della Cordigliera. L'ago prende a girare come impazzito in tutte le direzioni, un fenomeno che si riscontra in tutti i punti di Tiwanaku, ma qui con la maggiore intensità. Il campo magnetico che circonda Tiwanaku ne fa quasi una zona d'ombra, dove i telefoni non prendono e le trasmissioni radio cessano improvvisamente. Si tratta di un fenomeno ancora poco studiato, e che getta sconcertanti interrogativi sulla reale funzione di quelle spettrali rovine, sulle energie che sembrano tuttora pervaderle e su cosa possa ancora giacere sepolto nelle loro profondità, come se qualcosa fosse ancora in funzione là sotto, dopo migliaia e migliaia di anni.

A circa 1,5 Km dalla piramide di Akapana sorgono le più straordinarie rovine di Tiwanaku. Chiuse al pubblico da diversi anni per via degli scavi in corso, l'atmosfera che si respira camminando al limitare degli scavi o tra i cumuli di terra estratti dagli archeologi è quella di trovarsi in un luogo da fantascienza, quasi ai confini della realtà. Le banchine del porto si estendono lì per centinaia di metri in tutte le direzioni, come congelate nella convulsioni del cataclisma e nei loro ultimi istanti. Una distesa di pietre ciclopiche, pesanti fino a 400 tonnellate, riverse come il gioco di un gigante le une sulle altre, piegate dalla violenza della natura. In una zona più riparata ancora si scorgono le fondamenta di qualche titanico edificio. Si tratta di una colossale piattaforma, in cui blocchi di 130 tonnellate si alternano ad altri di 450 e più. In questa Baalbek del nuovo mondo, come fu definita da Squier agli inizi dell'800 emergono qua e là immensi blocchi di pietra che furono architravi, pilastri, porte o finestre. Così scrive Garcilaso de la Vega di questi edifici alla metà del XVI secolo, prima che la furia iconoclasta dei primi missionari e della nobiltà spagnola, avida di materiale da costruzione a buon mercato, cancellassero anche quel poco che ne rimaneva:

"Ci sono figure gigantesche scolpite nella pietra...queste sono molto consumate, il che sta a dimostrare che sono antichissime. Ci sono muri talmente enormi che è difficile immaginare quale forza umana abbia potuto collocarle. E ci sono i resti di strane costruzioni, tra cui le più eccezionali sembrano dei portali di pietra, tagliati nella roccia viva. Questi poggiano su basamenti lunghi 30 piedi, larghi 15 e spessi 5, e il basamento e il portale sono fatti di un unico pezzo...In che modo e con l'uso di quali strumenti o arnesi sia stato possibile realizzare opere di queste dimensioni sono domande a cui non siamo in grado di rispondere...nè si riesce a immaginare come sia stato possibile trasportare fin qui pietre tanto enormi."

Recenti scavi hanno portato alla luce almeno cinque portali caduti, in tutto simili alla più celebre porta del sole. Sembra anzi che il nome antico di questo grandioso campo di rovine fosse Pumapunku "La porta del Puma", Uma Punku, "la porta del mare", o più probabilmente Tunka Punku, "il palazzo delle dieci porte". Anche qui si trova un'incredibile rete di condutture e tubazioni sotterranee, ricavate da pezzi monolitici di andesite e giuntate nel modo più perfetto. In molti punti è evidente l'antica tecnica di posa e assemblaggio a incastro dei blocchi, come pure l'uso di morsetti metallici ormai scomparsi. Gli Inca accolsero gli spagnoli con armi e mazze di pietra. Migliaia di anni prima, a Tiwanaku, si lavoravano tutti i tipi di metalli: oro, rame,bronzo e ferro - secondo alcuni, persino acciaio - per la costruzione dei suoi grandiosi edifici, delle sue piramidi e dei suoi templi. Nessuno sa con certezza cosa giaccia sepolto 21 metri sotto l'attuale livello del suolo. 50 anni di scavi scientifici hanno potuto solamente scalfire la superficie di quell'immenso campo di rovine. Migliaia di anni prima degli Inca, a Tiwanaku si conosceva la scrittura, che sarebbe stata ignota a tutte le successive civiltà del continente. La celebre porta del sole (meglio nota come porta dei geroglifi) è coperta nella sua parte superiore da un fregio continuo di glifi calendariali, che si suppone rappresentino il calendario di Venere. Altri incomprensibili simboli si trovano un pò ovunque sui grandi blocchi di andesite squadrati o sugli enormi monoliti verticali posti al centro delle piazze e dei cortili sprofondati.

A quando risale tutto questo?

La datazione di Tiwanaku è uno degli argomenti più dibattuti dell'intera archeologica preispanica. Fino agli anni '40, si riteneva Tiwanaku fosse una delle città più antiche del mondo, capitale di una cultura fiorità ben prima di quella egizia o babilonese. Una città di un'antichità immensa e favolosa. Le prime datazioni geologiche del sito, basate sullo spessore e la composizione del sedimento, facevano risalire l'origine della città fino a 120 o anche 260.000 anni. Tra gli anni '20 e '30, i fondamentali studi di Arthur Posnansky, che dedicò quasi 50 anni allo studio dei monumenti di Tiwanaku, insieme alle datazioni archeoastronomiche condotte da Rolf Muller ed E. Kiss, al seguito della Deutsches Ahnenerbe, stabilirono che gli edifici più recenti dovessero avere almeno 17.000 anni, ma che questi sorgessero su resti ancora più antichi, risalenti forse all'alba dell'uomo. Nel corso degli anni '40 e '50, il radiocarbonio rivoluzionò completamente questo quadro. L'età di Tiwanaku fu improvvisamente proiettata in avanti fino agli inizi dell'era cristiana, tra il V secolo a.C. e il XIII d.C. Posnansky e Muller si batterono fino alla fine contro queste datazioni a loro avviso viziate da una metodologia di datazione approssimativa e inaffidabile, difendendo invece le loro datazioni archeoastronomiche basate sugli allineamenti degli edifici ai solstizi e agli equinozi. Tuttora la vera età di Tiwanaku è un mistero. Le datazioni radiometriche hanno sì potuto attribuire un'età alla ceramica e al vasellame rinvenuto, ma non agli edifici di pietra. Le tesi archeoastronomiche di Posnansky e Muller, lungi dall'essere confutate, sono state invece confermate da nuovi e più approfonditi studi. Il vasellame rinvenuto a Tiwanaku sembra principalmente risalire dall'epoca Pucarà e Wari alla dominazione Inca. Si tratta di un vasellame estremamente rozzo, quasi primitivo e con decorazioni appenna abbozzate, che ben poco dice tuttavia della cultura e della civiltà dei veri fondatori del sito, risalendo ad un'epoca in cui Tiwanaku era già divenuta meta di pellegrinaggi e luogo di offerte.

Secondo Velikovsky e Horbigger, Tiwanaku venne anzi costruita alla fine dell'era terziaria, prima che le Ande si sollevassero. Costruita al livello del mare, come un porto affacciato sul Pacifico, l'intera regione sarebbe stata sollevata da un cataclisma di immane e inaudita violenza (la caduta di una luna di ghiaccio secondo Horbigger, una cometa per Velikovsky) fino ai quasi 4000 metri attuali, lasciando dietro di se solo rovine contorte dalla violenza dei maremoti e una distesa di laghi salati. Per quanto incredibili queste teorie possano sembrare, è tuttavia un fatto che tutti i laghi della regione siano salati, e possiedano fauna e flora tipicamente marine. Lo stesso Titicaca, pure essendo un lago d'acqua dolce (per via dell'apporto di acqua di disgelo dalla vicina Cordigliera) doveva essere anticamente salato, e tuttora possiede una salinità molto elevata. I vicini laghi Poopo e i Salar boliviani (come il Salar de Uyuni), sono invece ciò che resta di enormi laghi salati, la cui origine resta un autentico mistero geologico. Proprio in questi laghi salati e nella loro flora e fauna marina Velikovsky vide i resti dell'antico oceano ormai scomparso e proiettato dalla violenza del cataclisma ai 4000 metri dell'attuale altiplano.

Anche la strada per Tiwanaku riserva molte e interessanti sorprese. A circa 60 Km da Puno, si trova uno dei più straordinari siti rupestri del Perù meridionale. Si tratta della grande porta di Huinay Marca, un enorme monolito di arenaria rossa evidentemente abbandonato nella sua cava, a più di 105 Km da Tiwanaku, la sua meta finale. Riguardo a questa misteriosa porta rupestre, nota anche come porta di Aramu Muru, dal nome di un mitico re citato da antiche leggende Aymara, si sono rincorse negli ultimi anni le voci più fantastiche e disparate. Per i seguaci dei culti New Age, si tratterebbe di un mistico portale verso sconosciute dimensioni astrali, dove tuttora non è raro notare seguaci di diversi gruppi esoterici e sette millenariste intenti a praticare riti e cerimonie di vario genere. Sebbene numerose fonti attestino della sua presunta scoperta nel 1996, e definiscano il luogo come pressochè inaccessibile, cinto da profonde gole di roccia, la realtà riguardo alla porta di Huinay Marca è come spesso accade assai diversa e certo meno fantastica. Percorrendo la strada Puno-Desaguadero-La Paz, a cavallo tra Perù e Bolivia, è impossibile non notare la porta, giungendo da uno qualunque dei due sensi di marcia. Anche trovare la strada risulta estremamente semplice: un viottolo sterrato, ma in buone condizioni: è una deviazione di pochi minuti dalla strada principale, e per meno di un dollaro i pastori locali non hanno problemi a farsi guide improvvisate. Venendo alla porta in se, è chiaro che si tratti di un grande portale incompiuto, quasi certamente destinato ad un qualche grandioso edificio di Tiwanaku. Stilisticamente, si tratta di un manufatto nel più puro stile Tiwanaku, e sono ovunque evidenti i segni lasciati dal taglio della pietra. Le ragioni del suo abbandono si rendono del tutto evidenti anche a diversi metri di distanza dalla porta vera e propria. Una grande fenditura obliqua taglia la porta per la sua intera larghezza: Fu questa quasi certamente la causa del suo abbandono nelle cave. Anche dopo il suo abbandono la porta continuò tuttavia a servire da santuario rupestre per le popolazioni stanziate sulle rive del Titicaca. Questo risulta evidente dal fatto che una piccola incisione circolare venne praticata all'interno della porta, il cui scavo fu altresì approfondito. E' possibile che questa incisione simboleggiasse l'incavo di una chiave, mentre suggestiva è anche l'ipotesi che lì fosse collocato un minuscolo disco in oro capace di riflettere i primi raggi del sole. Ciò che è chiaro è che la porta, se di una porta veramente si tratta, doveva essere del tutto simbolica: tutto è costituito di solida roccia, e non è possibile scorgere alcuna fenditura che faccia supporre l'esistenza di camere o passaggi al di là della porta stessa. C'è da dire tuttavia che il nome di Huinay Marca, o "città degli spiriti" attribuito a queste singolari formazioni rocciose pare quanto mai appropriato. Ovunque si scorgono stranissimi pinnacoli di roccia, alcuni dei quali inequivocabilmente tagliati in forme geometriche dalla mano dell'uomo, mentre anche dalle montagne più lontane sembrano come pendere strani cubi, coni e altre misteriose figure tagliate su di una scala colossale. Vista da lontano e avvolta nella foschia, veramente la zona assume il sinistro aspetto di una città, fatta di guglie, palazzi, e strane fortezze poligonali aggrappate alle rocce. Il vero scopo di queste strane formazioni è tuttavia chiaro: si tratta quasi certamente delle cave da cui fu estratta l'arenaria destinata alle ciclopiche costruzioni di Tiwanaku. La sola porta di Huinay Marca, se ultimata, avrebbe raggiunto un peso superiore alle 450 tonnellate, quanto i più grandi blocchi litici di Tiwanaku, cui pure sembra fosse destinata. Resta tuttavia il mistero sul modo in cui pietre tanto immense potessero essere portate attraverso il lago fino alla lontana Tiwanaku, ad oltre 105 Km di distanza.

Secondo Zecharia Sitchin

Secondo Zecharia Sitchin il sito è del 15.000 a.C. e serviva alla raffinazione dello Stagno, Rame, Argento e Oro. Lo Stagno ancora oggi viene estratto nei dintorni del lago Titicaca. Venne costruito dagli Anunnaki (fazione di Enlil, vedi regioni anunnake). Il nome originario (in sumerico) della città era TI.ANAKU, il luogo di Titi e Anaku, la città dello Stagno. Gli Aymara e i Kholla, abitanti indios della zona del Titicaca, dicono che la città fu costruita da stranieri provenienti da un'altra terra. Questa gente viene chiamata dagli indios Uru (il termine richiama la città sumerica di Ur). Degli Uru si conoscono alcune divinità o Samptni: Pakani-malku (antico o grande dio), Malku (ovvero Signore), il dio della Terra, il dio delle Acque e il dio del Sole. Il termine Uru sia nelle lingue andine che in sumero significa "luce del giorno". E malku significa in ebraico e arabo "re". Quindi per Sitchin gli Uru erano Sumeri, trasportati in sudamerica dagli Anunnaki con le loro barche del cielo. Le leggende relative all'ascesa in Cielo del Creatore e dei due suoi figli, il Sole e la Luna, partiti dalla roccia sacra dell'Isola del Sole (Isola di Titicaca) possono ricordare la partenza di Anu, di suo figlio Shamash e suo nipote Sin, che compirono un breve viaggio in barca da Puma-Punku a una navicella degli Anunnaki che li attendeva. L'inzio del conto lungo del calendario Maya (il 3113 a.C.) fu l'anno dell'arrivo di Thot/Ningishzidda/Quetzalcoatl a Tiahuanacu con al seguito i neri che sarebbero divenuti famosi come Olmechi.

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